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Ogni volta che attraverso la Sardegna
quella interna, aspra, selvatica, arcigna
dove il paesaggio è dominato dalle pietraie, dai cespugli di olivastro, di mirto e ginepro
una meraviglia si rinnova.
Rifuggire quella natura selvaggia dovrebbe essere la regola
tanto lontana dai confort che mi sono assicurato a costo di enormi sacrifici.
Eppure quel paesaggio severo placa la mia fame di immenso.
Mi accarezza con la dolcezza delle mani rugose delle nonne di un tempo.
Quelle pietre mi squadrano con orgoglio materno
Stavano lì prima e ci saranno anche dopo
sfidando in ogni stagione l’aspro vento di maestrale e il cocente sole estivo.
Quegli arbusti tanto avidi nel trattenere l’umidità della rugiada notturna
e tanto umili nell’accontentarsi della poca polvere ai loro piedi
sono i miei compagni di viaggio.
La mia è sensazione di pace.
Mi sento di tornare a casa.
Rifiato dopo un’apnea lunga un tempo infinito.
Quell’ordine lo accetto e lo sento giusto.
In quella dimensione ritrovo la mia
e non sento la necessità di dichiarare di quel mondo il possesso.
L’orgoglio di quelle pietre è il mio.
I sacrifici di quei rovi sono i miei.
E nell’osservare il popolo sardo
tanto fiero di quella terra
mi sento rassicurato
perché non potevamo affidare ad altri
la custodia di questo scrigno di Eden.